Quando il piatto piange (e tu sei sordo)

Sfamare.

Nutrirsi.

Incontrare qualcuno.

Passare il tempo.

Assaggiare.

Divertirsi.

Rimorchiare.

Scoprire.

Conoscere.

Questi possono essere alcuni dei motivi che ci spingono a mangiare fuori casa.

Oggi tutti i luoghi di ristoro soddisfano ampiamente le mille e uno esigenze del consumatore.

A sentimento, direi che ci si sofferma soprattutto, nell’adempiere ai primi sei bisogni descritti sopra.

 

Entri. Ti siedi. Ordini. Aspetti. Consumi. Ruttino per lui e capatina al bagno per lei. Chiedi il conto. Attesa. Ti alzi e vai alla cassa. Pure per pagare devi aspettare. Una volta scappo, lo giuro lo faccio…Arriva la cameriera. Sorrisi smielati in attesa di mancia. Tornate presto. Quel tiramisù si poteva evitare. Sei euro cada. Mia madre con quella cifra me ne faceva per un mese.

Che cesso. Adesso chi se l’allaccia le scarpe. Ma guarda te. Prossima volta le preparo una cena e compro quel pangasio pregando che ancora non sia stato definitivamente ritirato dal mercato.

E poi si aspetta di andare al cinema per vedere quel film de merda dove c’è lei che è malata e lui è il postino che le suona sempre dieci volte perché lei è dura d’orecchie e  guarda Forum a tutto volume. Fa ordini sempre su Amazon Prime e lui sale 4 piani di scale per la consegna, sennò lei non ce la fa a scendere giù. Si innamorano e convolano a nozze prima che sia troppo tardi..

Preparare e servire un pasto. Questo ci si aspetta di solito.

E’ contando solo su se stesso, l’antipasto di mare o i maltagliati alla boscaiola di turno, devono riuscire a comunicare tutto quello che hanno da esprimere.

Come fanno?

Usano il linguaggio dei sensi.

Gusto, odori, forme e colori.

Tutti i sensi si attivano.

O forse no. Ne manca uno.

L’udito.

Che capta il più delle volte sottofondi musicali, brusii, silenzi imbarazzanti, puttanate forzatamente fatte nascere con tagli cesari d’urgenza, i soliti solfeggi parentali e chi ne ha più ne metta (di Sambuca nel caffè).

Purtroppo il cibo non parla la nostra lingua,

o forse sarebbe meglio dire che noi non intendiamo la sua.

E quindi?

Quindi si finisce ad addentare, triturare, masticare e in seguito digerire. Come normalità.

Non ci si pone tante domande. Gastrite permettendo.

Forse c’è bisogno di un traduttore alimentare? O meglio di un counselor?

Anche se quando tua madre sforna quella roba lì fumante, e l’ipersalivazione inizia già dal pianerottolo, la presentazione ufficiale non è proprio necessaria.l

Allora dico che quando entro in un locale per mangiare i cibi preparati da altri, qualcuno ci deve pur essere che mi sostenga nell’interpretazione.

Perché se quando si cucina in casa un minimo di conoscenza degli ingredienti si intavola, fuori domicilio invece non si conosce un bel niente. A parte leggere il menù.

E capita spesso di essere in balia di confusioni, indecisioni e frettolosità. Massì.

Arriva la pizza ordinata. Salsiccia e friarelli. Primo morso. Tutto ok. La luce in sala è parecchio soffusa. Che bel effetto. La prossima volta ci porto Federico. Gli piacerà. Poi quei quadri che riprendono il dadaismo. Che classe.

Secondo morso.

La lingua si accorge di una presenza non attesa all’interno del cavo orale.

Smorfie varie.

Sapore alquanto strambo.

Ti trattieni dallo sputare.

Sarà stato un pezzo di nocciolo d’oliva dell’aperitivo di poche ore fa.

Per scrupolo guardi nel piatto e vedi un pezzo di insaccato leggermente aperto su se stesso, in cui tra il bianco grasso e il budello, appare un elemento non identificato di ovale forma e di verde aspetto.

Il respiro si fa affannoso.

Cerchi di ispezionare meglio.

Il rumore del coltello che batte forsennatamente sulla porcellana, fa girare una donnona di mezza età intenta a imboccare il nipotino di dieci anni a suon di patate fritte non salate.

Filippa comincia a fissare la tua pizza in cerca di risposte.

“Che succede?”

“E’ infestata. Tutta infestata.”

“Eh?..”

“Guarda qui. Piena zeppa di queste uova di chissà quale parassita! Già va decomponendosi. Sarà salmonella. Con certezza.”

Lasci lì la pizza e ti accingi a scrivere una bella recensione che non placa il tuo animo tumultuoso. Decidendo così di interpellare Report e Paolo del Debbio.

 

Peccato che fossero dei semplici semi di finocchio. Tradizionalmente facenti parti di salsicce del Mezzogiorno.

Peccato.

 

Se avesse parlato con il ristorante,

se qualcuno avesse interloquito con lei accompagnando l’arrivo del piatto con una breve premessa gastronomica,

sarebbe cambiato qualcosa?

Io credo che possano esserci luoghi dove non solo mangio, ma dove SO e SCOPRO cosa mangio.

Valorizziamo chi tuttora, la fretta, i tempi di cottura, i conti che non tornano, le visite dell’Asl, la tassa dei rifiuti, gli stipendi da pagare, la scelta del menù, la stanchezza che prevale, il futuro incerto.. ha piacere e voglia di sedersi accanto al cliente chiedendo un sincero: “tutto bene?”.

E chi spera in un “Bene.” secco e poco ragionato, forse non ha voglia realmente di sapere come stanno le cose.

Vorrei

luoghi non solo fatti per cucinare, ma anche per parlare, conoscere e imparare.

 

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Il Portogallo è quel paese…

Il Portogallo è quel paese dove nel reparto ortofrutta non si usano i guanti,

dove è più facile trovare uno yogurt al gusto melagrano e mirtillo che al naturale senza latte in polvere,

dove ti vendono le buste di aglio a spicchi surgelato,

dove l’Algida si chiama Olá,

dove non è così strano mangiare da soli al ristorante,

dove sono più importanti le proteine che i carboidrati, infatti riso e patate sono  d’accompagnamento a Pesce e Carne,

dove trovi i bottiglioni d’acqua da 6 litri,

dove il pesce in scatola è cibo nazionale,

dove la zuppa è mangiata anche in estate,

dove il Sidro di Mela è diffuso come la Coca,

dove la birra è anche da 0.20Lt,

dove la pizza può essere piccola, media o grande,

dove il caffè macchiato puoi chiederlo in tre modi,

dove nell’insalata vedi la cipolla a crudo,

dove la birra non si beve con la pizza,

dove nello scontrino della spesa gli articoli sono divisi per categoria merceologica,

dove fai fatica a trovare il burro senza sale,

dove le patatine fritte presenziano nei piatti principali,

dove con 2.50€ ci si fa colazione,

Dove al supermercato le cassiere di aiutano a riempire la spesa nel sacchetto,

dove usare le patatine in busta per preparare un piatto può capitare e non è un’eresia,

dove l’uovo al tegamino è messo sopra la fettina di carne.

food

 

 

 

 

 

Oltre l’espresso c’è di più: l’Infuso di caffè

Sì lo so,

per noi italiani il caffè è espresso, ma ho trovato parecchio interessante l’assaggio di un caffè filtrato in occasione dell’evento fieristico milanese TuttoFood. 

Dall’invenzione di una casalinga tedesca nel 1908, nasce un nuovo metodo di estrazione del caffè: il Dripper.

Dal verbo -to drip: gocciolare, questa tecnica prevede l’uso di un filtro di carta e un porta filtro conico di 60° in ceramica o in plastica (chiamato appunto V60). Quest’ultimo presenta un foro centrale che permette di regolare il flusso d’acqua durante la preparazione.

Si fa macinare il caffè al momento,

lo si trasporta dentro il filtro,

si versa acqua calda (non bollente)

e si aspetta.