Brusco Lambrusco

Reggio Emilia – Albinea – Sagra del Lambrusco – Piazza Cavicchioni 

Mi avvicino ad uno stand con le mie due colleghe di corso.
Una signora siede con aria stanca sorreggendo il capo tra le mani; ci guarda come chi ha solo voglia di andare a casa e non stare a servire baldi giovani ubriaconi.
Il signore incrocia le braccia e attende comandi. E cautamente rassegnato.
Sento che devo trasmettere segnali di speranza.
Perché sì, ne sapremo forse poco di vino, ma siamo interessate a CONOSCERLO, appunto. E non solo a tracannare.
Tra un assaggio e l’altro, domandiamo di loro, chi sono, cosa fanno.
E qui si apre la grande user experience.
La signora è la rappresentante aziendale e tra i denti ammette che lei no, predilige l’acqua.

“Alcuni clienti vogliono sapere qual è il mio vino migliore, ma non c’è. Tutto ruota in base ai propri gusti”.

Siamo alle solite, non ci sono vini buoni o cattivi. Ci sono diversi tipi di vini.
Produzioni più incentrate al volume che al valore, coltivazioni più dedicate di altre, aziende grandi e tenute agricole.

Il loro lambrusco parla di terreni collinari e sabbiosi.

Ha personalità.

Interviene anche il signore vicino a lei, che  presenta come “quello che sta in campo” e scopriamo la sua grande passione per i formaggi.

“Ci sono volte che quando ordino un tagliere,  faccio levare il salume” dice tra i denti.

Il viso è disteso, sciolto da formalità e ruoli.

Si parla tra persone.

Momenti di deliziosa piacevolezza.

Atmosfere ruvide invece con un incamiciato giovane rampante, portavoce della sua realtà vinicola attraverso un vino bianco autoctono reggiano.

Comincia a cantilenare guardando tutto fuorché le interlocutrici.
Sono infastidita.
Sfoggia il pezzo da novanta con:
“[..]immagino che voi abbiate degustato l’annata 2016 per capire di cosa io stia parlando“.

Finalmente ci rivolge lo sguardo dall’alto dei suoi terreni collinari, attendendo la risposta che confermi quanto sia stato inutile aprire la sua boccucia.

Questo vino non solo non era di mio gusto (per me piatto) era anche sorprendentemente meno tannico del suo padrone.

Il VinItaly è a Verona non ad Albinea, comunque.


Link:

➡  Sagra del Lambrusco  di Albinea🍷

➡ Azienda Agricola Reggiana

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La brigata ITS fuori sede

Finire il corso di specializzazione agro-alimentare non è significato chiudere un capitolo.
Le connessioni rimangono e il coinvolgimento tra le persone anche.
Oggi siamo al Gola Gola, manifestazione nel cuore di Parma, al cui interno del programma da spazio per far conoscere il nostro corso ITS Tech&food.

Io mi sentivo come un genitore che vede il suo bambino al saggio di fine anno.
Magari non esattamente con lo stesso pathos, ma con il pensiero che quella cosa lì fosse un po’ “roba mia“.
Qualcosa che mi “appartiene”.

Ciò di cui mi sono alimentata per due anni e in cui ho creduto.
Condividere gioie e dolori con i miei compagni è stata l’impronta di un percorso carico di nozioni e di relazioni.
O meglio.
Ha dato la possibilità, terreno fertile, alla creazione di una rete di contatti che ci hanno permesso di visitare e conoscere realtà agroalimentari al di fuori dell’aula.
Una carrellata di eventi, manifestazioni e incontri che mi hanno arricchito e reso felice di quello che stavo vivendo.

Let’s move on!

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Link:

-Corso ITS Tech&Food Parma e Reggio Emilia

-Location Foto di Gruppo -> il posto più buono dove mangiare un panino con la porchetta 

Io SARÒ lavoro. Grandi Speranze di una 20 enne dinoccolata

Nobilìta – Festival del Lavoro.

Un sabato mattina a Bologna.

Nel pubblico io spicco per l’annata precoce.

Sono sola e sto bene.

“Cos’è per te il lavoro?”

Questa sarebbe una domanda da porre durante i colloqui – dice Walter Passerini- giornalista de La Stampa nel suo intervento all’interno del Panel: Buone Pratiche: Selezione, Formazione, Merito E Referenze.

Io non so cos’è il lavoro.

Ma so che io SARÒ il lavoro che farò.

Il lavoro ti appartiene. Tu sei quello che fai.

Non mi piace pensare che lavorare sia un’attività che esuli dall’identificarmi.

Come posso svolgere un’attività per otto ore al giorno, inserita in un luogo specifico, con determinate persone, senza pensare che influenzi sensibilmente tutta la mia vita?

 

Alle orecchie dei miei genitori queste concezioni stonano come violini sott’acqua.

Per loro lavorare è sempre significato altro.

Un’attività inglobata alla tua vita, da cui si deve pretendere sostentamento economico e stabilità. Non soddisfazione a tutti i costi.

 

Io voglio sentirmi gratificata. Coinvolta. Motivata. Valorizzata. Ispirata. Redarguita. Testata. Esaminata.

 

Adattarmi, ma non per questo perdere la mia interezza.

Evolvere in qualcosa di meglio e avere la prontezza di accorgermene per assaporarne ogni momento.

 

Per questo posso essere considerata una che non si vuole imbrattare i palmi?

Che deve andare a seminare i finocchi?

 

L’esperto di pubbliche relazioni, Toni Muzzi Falconi intervenendo al convegno del pomeriggio Fragilità: Da Under 30 A Over 40, afferma che i giovani hanno la vista corta.

Che vivono solo nel presente. Poco passato e un futuro non pervenuto.

Io ho paura di iniziare un lavoro che non si avvicini alle mie aspirazioni;

immaginando grottescamente di aver perso il mio obiettivo, di fare cose che non mi serviranno a niente, di perdere il mio focus.

Poi mi accorgo che tutte le volte che ho agito pensando in questo modo, sono stata una me parziale.

Convinta che non valesse la pena arzigogolare troppo su, tessevo una rete di insoddisfazione che non faceva altro che chiudermi alle Opportunità.

E’ così si vive sempre un po’ a metà.

In una continua attesa di quello che si desidera, senza cominciare a costruirselo con quello che si ha.

Questi sono gli anni decisivi, mi dico.

A volte sospesa in un limbo fatto di incertezza e dubbi che non mi piace, ma che sento familiare ed è per questo, forse, faccio fatica ad abbandonare.

Non essere realmente ancora nella mischia ti permette di immaginarti in quante vesti vuoi, senza indossarne mai una sul serio e mai una per troppo tempo.

In un un turbine di pensieri senza fissa dimora, sostò in un’unica e piena convinzione.

Fortunatamente, prima o poi,

Io sarò lavoro.

A.A.A Maestri Cercasi

Festival del giornalismo agro-alimentare.

Ultima sessione. Giovedì pomeriggio. Sala Giolitti.

Al tavolo sei ospiti.
Mi rimangono impressi tre interventi.
Massobrio non lo conoscevo come non conoscevo la ciliegia tipo visciola (ma forse la gravità è leggermente diversa).
Lo vedo lì seduto con faccia burberina e penso  – “questo deve essere come il latte intero dopo l’anno sabbatico devoto alla bevanda di soia. Poco digeribile.”
Ma tutto muta quando prende parola, delineando il suo percorso professionale iniziato dal giornalino della scuola a il Golosario. E il suo viso si fa smussato, ammorbidito come burro su una padella scottante.
“Non credete a chi dice che è meglio far altro. Che di questo lavoro non si può campare.”
Infligge potenti pacche sulle spalle che mi producono groppi in gola non da poco.
La sua scrittura è esplosa tutta lì, senza carta o pc.

Ferrero è ampiamente il testimonial antropico di Parmareggio.
L’onestà intellettuale e la competenza sono ciò che rendono una figura giornalistica autorevole e degna di fiducia, dichiara con fermezza.

Ecco sì, sono queste le persone di cui si sente troppo spesso la mancanza o di cui si ignorano l’esistenza.
Modelli di riferimento o nel mio caso, di veri e propri Maestri da cui essere apprendere e esserne ispirata.

Persone a cui si possa riconoscere un’integrità professionale che funga da guida alla collettività, senza dimenticare che non si deve solo informare, ma anche saper raccontare.

“I giornalisti devono essere coraggiosi. Se quel piatto fa schifo, fa schifo anche se ci è stato gentilmente offerto.”

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Fermentazioni Tumultuose #2 Poliedricità.

Mario Gasbarrino, Amministratore Delegato di Unes, assomiglia a mio papà e questo già di per sé mi induce slanci di affetto.

Inoltre fa una cosa strabiliante.

Quando parla comunica.

Le sue parole colpiscono, arrivano a destinazione senza turbolenze o scioperi dell’attenzione.

Siamo a Marca, Bologna è sono qui con tre compagni di corso.

Ognuno è qui con uno scopo ben preciso: cioè pensare che non ci sia uno scopo.

Sì, siamo dei principianti ancora.

Prendiamo posto e mi sento scarsamente pronta all’ascolto, cosicché comincio a sincronizzare le parole del relatore con dei piccoli movimenti del capo.

Si parla di MDD, Marca del Distributore, e i suoi andamenti nel mercato food e non.

Gasbarrino riflette sull’evoluzione del ruolo delle aziende distributive, che gradualmente hanno invaso il campo con prodotti a loro marchio, cominciando a gattonare in un mondo dominato fino ad allora dai soli marchi privati.

Come se di punto in bianco l’addetto vendita della Coop cominciasse a sponsorizzare sotto banco le conserve sotto aceto di suo nonno, Piero, con la differenza che dopo tempo zero sarebbe gentilmente allontanato come si fa con gli alticci in discoteca.

Questo cambiamento ha indubbiamente dato benefici alla platea, in termini di offerta e prezzi, ma dall’altro ha colpito chi, tra il settore della produzione, non è stato sufficientemente pronto a contrattaccare.

Adesso è il momento della diversificazione.
Si allargano gli orizzonti di appartenenza, si mette mano in più segmenti.
Perché ora più che mai il solo prodotto non è più sufficiente a soddisfare il consumatore di oggi, ma diventano fondamentali il servizio e l’esperienza che ne conseguono dal suo utilizzo.
Di conseguenza le Poste diventano tabacchi, Amazon supermercati, Ryanair profumerie e Feltrinelli caffè.

Questo cambiamento, riflette anche le esigenze professionali richieste dal mercato del lavoro?

Giovani con skills trasversali, longitudinali e a raggiera.
Persone dinamiche, capaci di lavorare sotto pressione in ambiente isobarico, bravi, ma non troppo da chiedere l’aumento e flessibili quanto basta da poter essere addomesticati.

Similitudini forzate? Probabile.

Confusione? Tanta.

Sintomi fisiologici di una società che cambia?

Anche.

 

Fermentazioni Tumultuose #1 Trasparenza

Il buon Montemagno in uno dei suoi ultimi video tratta il tema della Trasparenza, prendendo come spunto le prossime elezioni politiche.

La Trasparenza si esprime egregiamente quando considerata modalità di espressione scelta per rapportarsi con la collettività e non solamente come obiettivo privo di presupposti.

[“..esso implica Comunicazione, Apertura, Responsabilità.”] – ci dice Wikipedia.

La COMUNICAZIONE: comprensibile all’interlocutore e inerente al contesto.

La Trasparenza è rivolta agli altri, non a se stessi.

Più chiari si è e più si avrà la possibilità che zio Gianni compri finalmente il succo ACE (e non più il detersivo), per la gioia di moglie e figli stanchi di occuparsi dello smaltimento prodotti.Deve riguardare tutto. Non ci deve essere occultamento.

APERTURA,  come la Street View di Google Maps: a 360°gradi.

Incluso il ragazzo che si tira giù i pantaloni mentre percorri via Saetta a Padova. (in copertina)

Ormai fatto oscurato per ovvie ragioni di pudore e decenza.

Perché il culo di uomo si sa, può offendere, ma quello di donna in prima serata è panacea.

Assumersi la RESPONSABILITÁ di ciò che si dice.

E consapevoli di quello che si è.

A meno che non si soffra di psicosi.

21 Acini di opportunità

 

 

1) Rendersi conto che la concretezza di un’idea è più forte di tanti bei concetto,

2) Che il tempo è meglio tenerselo amico,

3) Che chiedere troppo ti confonde le idee,

4) Che si deve allenare la faccia da culo,

5) Che un po’ grafici si deve esserlo,

6) Che per i capricci non c’è spazio,

7) Che alla fine la tua idea geniale l’hanno detta già in 10,

8) Che é importante conquistare il cliente (ma avere anche la sua email),

9) Che semplice non vuol dire banale,

10) Che scambiarsi contatto linkedin è meglio di quello facebook,

11) Che realizzare è meglio di immaginare,

12) Che si accolgono le idee di tutti ma

Che no, non si può accontentare tutti,

13) Che le occasioni si creano,

14) Che alla fine siamo individualisti,

15) Che bisogna documentarsi,

16) Che l’età non fa esperienza,

17) Che sentirci piccini forse aiuta a diventare grandi,

18) Che la simpatia non ha provenienza regionale,

19) Che è stupendo Conoscere,

20) Che oltre al nostro orticello ci sono ettari coltivati e coltivabili,

21) Che se non credi in te, nessuno avrà motivo di farlo al posto tuo.

Questo è stato l’H-ack Wine di H-FARM.

A pranzo da zia Barilla

Oggi è sabato ma mi sembra un venerdì, forse perché la sveglia è alle 7.

Destinazione: Rubbiano, provincia di Parma,

Stabilimento Sughi,

Barilla.

Non compro la loro pasta da tanto tempo, i sughi addirittura mai battuti in cassa.

Ma la Barilla, è Barilla. Compilando il form di prenotazione sul sito GuardaTuStesso mi sembrava tutto così irreale e remoto.

A condividere con me questa mattinata sui generis ci sono anche alcuni compagni di corso.

Durante il tragitto in macchina io e un collega interloquiamo di deiezioni e compost. Robe da fissatoni, insomma.

Esco dalla macchina è la fragranza da forno mi avvolge sinuosa. Dopo scopriremo che lì accanto c’è anche uno degli stabilimenti di pane e grissini.

All’entrata un signore ci accoglie sorridente con una cuffietta color porpora in testa. Consegna ad ognuno di noi un cartellino nominativo:

“Porte Aperte per.. ALICE”- c’è scritto.

Passiamo tra i tornelli e scendiamo giù per le scale.

Sopprimo con difficoltà i gridolini di contentezza.

“Pomodoro e Basilico

100% italiani,

formaggi DOP,

Origano di Sicilia,

Peperoncino di Calabria

Nelle nostre ricette

entrano solo

ingredienti eccellenti”

Queste sono le frasi che campeggiano all’entrata.

Non si scelgono motti, citazioni e neanche storici claim.

Qui si entra dove gli Ingredienti fanno da padrone.

Quattro saranno i personaggi principali che ci guideranno nel regno dei sughi, attualmente in fase di ampliamento.

Il direttore dello stabilimento, Marco Sacchelli, quello del controllo qualità, Barbara Avanzini, il capo reparto responsabile al monitoraggio della produzione durante le modifiche strutturali e Alessandro Rampi, del team sicurezza e ambiente.

Nella sala di accoglienza ci aspetta qualcosa da sgranocchiare per caricarci prima del tour.

Biscotti, merendine e caffè. Siamo stupiti.

Oltre a noi, ci sono famiglie, signori e qualche ragazzo universitario.

Sacchelli ha un viso disteso e accogliente.

Gli occhi brillanti azzurri.

Inizia a parlare con tono fermo e concreto di chi è soddisfatto e orgoglioso di quello che fa.

Il breve filmato sulla storia dell’azienda, inizia con il sottofondo musicale ben conosciuto che fa vibrare un po’ la pelle, soprattutto ascoltandolo lì dentro.

La presentazione dello stabilimento scorre fluida senza nessuna interruzione.

Finito questo, siamo pronti a insacchettarci a dovere per essere il meno contaminanti possibili.

Oggi vedremo la linea di produzione del sugo rosso (base pomodoro), in quanto il pesto alla genovese, prodotto con Basilico rigorosamente fresco, viene prodotto nello stesso periodo della raccolta, che avviene tra metà giugno e metà settembre.

La visita vera e propria inizia, seguiamo come paperelle, il responsabile sicurezza ascoltando le istruzioni.

Si parte con la zona adibita a cucina, dove avviene la preparazione della ricetta.

L’odore d’aglio è imponente.

Grandi vasche, più alte che larghe, contengono i vari singoli ingredienti.

Gli addetti lavorano senza far troppo caso a noi.

Mi chiedo se si rendano conto di lavorare per una delle aziende italiane più conosciute al mondo o se la routine annebbi inesorabilmente tutto.

Quando si parla si deve alzar la voce. La ferraglia fa rumore.

Vediamo la cella frigorifera dove si mostrano le forme di formaggio stagionato.

Parlando dell’utilizzo di Grana Padano, nella ricetta del pesto alla genovese dichiarano:

“Il Consorzio del Grana Padano negli anni ha dimostrato una costanza qualitativa più omogenea rispetto al Parmigiano Reggiano. Tuttavia stiamo studiando per il prossimo anno un miglioramento della ricetta che lo includa”.

Poi si affronta la questione: pinoli VS anacardi.

“I pinoli hanno evidenziato una possibile contaminazione da metalli pesanti. Questa sospetto della legislazione europea ha influenzato la nostra scelta .”

Invece sull’olio di semi di girasole alto oleico: “quest’olio ha un punto di fumo più alto dell’olio extra vergine d’oliva perciò soffre meno il riscaldamento a cui lo sottoponiamo. Inoltre viene aggiunto nelle ultime fasi di lavorazione per evitarne un suo eccessivo surriscaldamento. La quantità di acido oleico presente (acido grasso monosaturo), lo rende più simile all’olio e.v.o, sotto il profilo nutrizionale”.

Dopo queste precisazioni passiamo al vero cuore della meccanizzazione industriale.

I barattoli di vetro scorrono veloci, sopra e sotto le nostre teste. Lo stabilimento rimane sempre aperto e si lavora sei giorni a settimana con tre di riposo.

Quando anche la placca dell’interruttore è a marchio

Finiamo il giro e ora tocca al momento foto ricordo.

Il fotografo d’occasione, che ci ha seguito furtivo dall’inizio, ora ci incita a dare il meglio di noi davanti al grande marchio bianco su fondo blu.

Mi sento ad un matrimonio.

Ricompare il reverendo..

ehm il direttore dello stabilimento.

La sua presenza immette pace e serenità.

L’atmosfera nuziale si amplifica.

Ci fa strada nella sala di ricevimento iniziale, che ora pare quella di un ristorante:

tavoli apparecchiati, calici ben disposti e la presenza di due cuochi che ci avrebbero fatto assaggiare alcuni prodotti di zia Barilla.

I nostri visi sono increduli.

Padre Sacchelli annuncia l’inizio del pranzo conviviale e parte l’applauso.

I padroni di casa si siedono al tavolo con noi in un clima perfettamente conviviale e amichevole.

Sento esclamare dal capo reparto: “Ancora non siamo bene attrezzati per le visite guidate, ma cerchiamo di fare del nostro meglio”.

Sono momenti da polaroid.

Penso alla frase che in quegli attimi si sta realizzando:

“dove c’è Barilla c’è casa” 

e penso che sì, quel pesto io ancora non lo comprerei ma quella bella sensazione che ti scalda il petto, sia qualcosa di ben più arduo da ottenere rispetto a realizzare un prodotto soddisfacente.

Le chiacchiere si fanno fluide e il tempo galleggia spontaneo.

Non voglio andare via.

 

La responsabile qualità mi stringe la mano vigorosa, e guardando quei volti mi complimento, sincera.

Ripercorro il corridoio iniziale.

E puff, risalgo in superficie.

 

-Foto: Barilla Italia-

Quando il piatto piange (e tu sei sordo)

Sfamare.

Nutrirsi.

Incontrare qualcuno.

Passare il tempo.

Assaggiare.

Divertirsi.

Rimorchiare.

Scoprire.

Conoscere.

Questi possono essere alcuni dei motivi che ci spingono a mangiare fuori casa.

Oggi tutti i luoghi di ristoro soddisfano ampiamente le mille e uno esigenze del consumatore.

A sentimento, direi che ci si sofferma soprattutto, nell’adempiere ai primi sei bisogni descritti sopra.

 

Entri. Ti siedi. Ordini. Aspetti. Consumi. Ruttino per lui e capatina al bagno per lei. Chiedi il conto. Attesa. Ti alzi e vai alla cassa. Pure per pagare devi aspettare. Una volta scappo, lo giuro lo faccio…Arriva la cameriera. Sorrisi smielati in attesa di mancia. Tornate presto. Quel tiramisù si poteva evitare. Sei euro cada. Mia madre con quella cifra me ne faceva per un mese.

Che cesso. Adesso chi se l’allaccia le scarpe. Ma guarda te. Prossima volta le preparo una cena e compro quel pangasio pregando che ancora non sia stato definitivamente ritirato dal mercato.

E poi si aspetta di andare al cinema per vedere quel film de merda dove c’è lei che è malata e lui è il postino che le suona sempre dieci volte perché lei è dura d’orecchie e  guarda Forum a tutto volume. Fa ordini sempre su Amazon Prime e lui sale 4 piani di scale per la consegna, sennò lei non ce la fa a scendere giù. Si innamorano e convolano a nozze prima che sia troppo tardi..

Preparare e servire un pasto. Questo ci si aspetta di solito.

E’ contando solo su se stesso, l’antipasto di mare o i maltagliati alla boscaiola di turno, devono riuscire a comunicare tutto quello che hanno da esprimere.

Come fanno?

Usano il linguaggio dei sensi.

Gusto, odori, forme e colori.

Tutti i sensi si attivano.

O forse no. Ne manca uno.

L’udito.

Che capta il più delle volte sottofondi musicali, brusii, silenzi imbarazzanti, puttanate forzatamente fatte nascere con tagli cesari d’urgenza, i soliti solfeggi parentali e chi ne ha più ne metta (di Sambuca nel caffè).

Purtroppo il cibo non parla la nostra lingua,

o forse sarebbe meglio dire che noi non intendiamo la sua.

E quindi?

Quindi si finisce ad addentare, triturare, masticare e in seguito digerire. Come normalità.

Non ci si pone tante domande. Gastrite permettendo.

Forse c’è bisogno di un traduttore alimentare? O meglio di un counselor?

Anche se quando tua madre sforna quella roba lì fumante, e l’ipersalivazione inizia già dal pianerottolo, la presentazione ufficiale non è proprio necessaria.l

Allora dico che quando entro in un locale per mangiare i cibi preparati da altri, qualcuno ci deve pur essere che mi sostenga nell’interpretazione.

Perché se quando si cucina in casa un minimo di conoscenza degli ingredienti si intavola, fuori domicilio invece non si conosce un bel niente. A parte leggere il menù.

E capita spesso di essere in balia di confusioni, indecisioni e frettolosità. Massì.

Arriva la pizza ordinata. Salsiccia e friarelli. Primo morso. Tutto ok. La luce in sala è parecchio soffusa. Che bel effetto. La prossima volta ci porto Federico. Gli piacerà. Poi quei quadri che riprendono il dadaismo. Che classe.

Secondo morso.

La lingua si accorge di una presenza non attesa all’interno del cavo orale.

Smorfie varie.

Sapore alquanto strambo.

Ti trattieni dallo sputare.

Sarà stato un pezzo di nocciolo d’oliva dell’aperitivo di poche ore fa.

Per scrupolo guardi nel piatto e vedi un pezzo di insaccato leggermente aperto su se stesso, in cui tra il bianco grasso e il budello, appare un elemento non identificato di ovale forma e di verde aspetto.

Il respiro si fa affannoso.

Cerchi di ispezionare meglio.

Il rumore del coltello che batte forsennatamente sulla porcellana, fa girare una donnona di mezza età intenta a imboccare il nipotino di dieci anni a suon di patate fritte non salate.

Filippa comincia a fissare la tua pizza in cerca di risposte.

“Che succede?”

“E’ infestata. Tutta infestata.”

“Eh?..”

“Guarda qui. Piena zeppa di queste uova di chissà quale parassita! Già va decomponendosi. Sarà salmonella. Con certezza.”

Lasci lì la pizza e ti accingi a scrivere una bella recensione che non placa il tuo animo tumultuoso. Decidendo così di interpellare Report e Paolo del Debbio.

 

Peccato che fossero dei semplici semi di finocchio. Tradizionalmente facenti parti di salsicce del Mezzogiorno.

Peccato.

 

Se avesse parlato con il ristorante,

se qualcuno avesse interloquito con lei accompagnando l’arrivo del piatto con una breve premessa gastronomica,

sarebbe cambiato qualcosa?

Io credo che possano esserci luoghi dove non solo mangio, ma dove SO e SCOPRO cosa mangio.

Valorizziamo chi tuttora, la fretta, i tempi di cottura, i conti che non tornano, le visite dell’Asl, la tassa dei rifiuti, gli stipendi da pagare, la scelta del menù, la stanchezza che prevale, il futuro incerto.. ha piacere e voglia di sedersi accanto al cliente chiedendo un sincero: “tutto bene?”.

E chi spera in un “Bene.” secco e poco ragionato, forse non ha voglia realmente di sapere come stanno le cose.

Vorrei

luoghi non solo fatti per cucinare, ma anche per parlare, conoscere e imparare.