Una dose di Dinner Therapy

Sono in una terrazza, vicino Torino.

Casa di amici di famiglia.

Nelle 12 ore antecedenti un’incognita mi picchiettava in testa:

“Cosa mangerò stasera?”

Eh no.

Non me lo sarei fatto dire prima.

“L’attesa è essa stessa il piacere.”

Io e i vecchi scegliamo di portare in dono il Gelato.

Già alle 18:30, in tinello, si vocifera in merito al posto di approvvigionamento.

Nonostante la bassa temperatura del prodotto, è un affare scottante.

Vinco Io.

Alle 19:20 usciamo in direzione “Gelateria Novanta”, a 200 metri di asfalto.

In questa storica gelateria di quartiere, a 10 anni i miei must erano: Puffo e Nutella.

Ah sì! A quei tempi i coloranti chimici ancora se la spassavano di brutto e la Nutella viveva felice e ignara delle battaglie che la attenderanno.

Fu il proprietario, Franco, che un giorno facendomi il solito cono, mise per errore un po’ di gusto Zuppa Inglese.

Di lì a poco le mie merende estive furono mono sapore.

Franco cercava di dissuadermi, temendo uno stordimento da saturazione di Alchermes.

Io già crescevo paranoica.

Da monopolio assoluto, si passò alla libera concorrenza.

Fiorio, Iceberg (poi divenuto Abela), La Romana e Grom cominciarono a sorgere, concentrandosi in poco meno di un chilometro.

Tradii Franco.

Quel posto sapeva troppo di infanzia.  Io mi sentivo grande e pronta al cambiamento.

Non ci misi più piede per anni. Velocizzavo il passo quando ero di passaggio.

Franco invecchiava e il gusto Puffo fu rimpiazzato.

La scelta di tornarci destò sorpresa e scetticismi.

Nel cammino il vecchio sembrò deviare traiettoria, quasi per sabotarmi.

Lo ammonì decisa.

Uscimmo con un chilo di gelato Fior di Latte e Crema.

Per l’esito avremmo dovuto aspettare la sera.


Guardo la tavola apparecchiata di stoviglie color cielo.

I vini bianchi prevalgono, ma l’unico rosso si sa far valere: è un Barolo del 2011.

Sono euforica ma cerco di dissimulare. Creerei troppe domande.

Finalmente ci sediamo. Siamo in 12.

Non ci conosciamo tutti. Aspetto di vedere come si evolverà l’atmosfera.

Le personalità si sgranchiranno, invogliate da Bacco.

Affettati, verdure sottaceto e sott’olio, olive schiacciate.

Parmigiana.

Verdure ripiene.

Piccoli arancini.

Il vino si ferma sempre ad inizio tavolo, sfidando la vergogna, mi alzo cercando di capire se ce ne sia ancora un po’.

Un invitato, un dottore dal viso aperto e voce chiara, apprezza, sorpreso, questa mia propensione.

E come succede tra fumatori, si simpatizza.  Siamo dello stesso clan.

Come dolce: tortino di cacao all’acqua con il famoso gelato dal passato.

Questo connubio è libidinoso.

Ora c’è un vociare da mercato rionale.

C’è un bel freschetto qua fuori. Mio padre fuma.

Intrattengo conversazioni sul buon bere e buon cibo. Si citano vini che non conosco, locali che non frequento. Mi segno tutto. Si prende lezioni anche fuori dall’aula.

Si parla di mangiare dopo aver mangiato.

Non si avverte nessuna nausea, ma solo spensieratezza.

Il clima è disteso, ora caffè.

Che cena distensiva! Neanche una seduta di yoga con Giucas Casella.

La ricetta segreta è solo una: buona compagnia, calice pieno e cibo sul piatto.

La signora Carmela, nonostante l’età avanzata, da vera padrona di casa, permane fino a tarda sera aspettando che gli ultimi inviati vadano via.

-“Se non avessi apprezzato la compagnia, non sarei rimasta sveglia così a lungo”- dice affabile.

Noi sorridiamo.

             Oltre al cibo,

esportiamo Convivialità.anigif

 

 

 

 

 

 

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